mercoledì 5 dicembre 2007

Storia e destino

Schiavone, Aldo, Storia e destino, Einaudi, Vele, Torino, 2007.

L'Essere e il divenire sono in una relazione strettissima, l'uomo è parte di un mondo che oggi è percepito sempre più in movimento e in mutamento. In ogni momento abbiamo a che fare con la velocità del tempo, basta osservare ciò che ci circonda per comprendere il disagio sentito intensamente dagli uomini che abitano questo mondo. Quegli uomini che vivono nell'istante, perché l'adesso è subito domani.
L'identità del singolo, e anche quella collettiva, si trova di fronte al tempo: essere e divenire si confrontano, ma l'attività del tempo è incessante, rapida e vertiginosa. Esso modella, modifica e spesso stravolge proprio quell'identità che con fatica è emersa e ha preso forma dal "tempo profondo" (di cui parla Schiavone) e soprattutto dalla memoria di quel "tempo profondo".
Quella di Schiavone è un'interessante lettura, ma, anche se nel complesso ho un'affinità di visione con quella dell'autore, devo però ammettere che alcune riflessioni da lui sviluppate (anzi, poco sviluppate, considerando la dimensione del libretto che Schiavone definisce "più leggero di una foglia") non mi convincono del tutto. Una, in particolare, è la dimensione del sentimento e delle emozioni dell'uomo odierno (il quale vive in un "tempo accelerato") che non viene considerata. Siamo davvero convinti che sia possibile scindere l'intelligenza dalla natura, e soprattutto non valutarla nella propria estensione più soggettiva, quella del sentimento, della passione, in una parola: dell'animo umano? E com'è possibile parlare di un "nuovo umanesimo" se l'uomo non viene considerato nella propria totalità?
Un secondo aspetto cruciale affrontato nel testo è quello "dell'accrescimento della potenza dell'umano". Questa potenza si dirige verso l'infinito: l'uomo è oggi in cammino su quella strada che gli permetterà di sfondare le barriere della propria limitatezza, del proprio essere finito. Vero! ancora una volta basta guardarci attorno, ma a mio parere è necessario distinguere due piani: l'uomo come singolarità e l'uomo come specie. La specie si prolunga oltre il finito, il singolo ha la sua tappa finale e non solo per natura ma per forza di cose. Se ipotiziamo, come dice Schiavone, che le novità bio-ingegneristiche aiuteranno a prolungare la vita dell'uomo oltre natura, ossia ci sbarazzeremo dell'insufficienza di quel corpo sempre mal sopportato, è anche vero però che quella vita si troverà a fare i conti con i limiti psicologici, emotivi e di coscienza che la propria natura impone. Il salto che l'uomo dovrà compiere sarà quindi enorme perché il "tempo accelerato" (o contratto, o ristretto) sia adeguato a rendere l'uomo stabile in una nuova identità.
E, inotre, siamo veramente sicuri di poter parlare di una *nuova identità* quando il tempo non lascia margine alla costituzione di una memoria, quell'ambito che mantiente il legame essenziale tra "Storia" e "Destino", ed è perciò il terreno fondante per costituirci come persone?
Siamo ciò che siamo perché abbiamo avuto il coraggio di guardare indietro e di conoscere come eravamo. E soprattutto abbiamo mantenuto la memoria del passato.

martedì 4 dicembre 2007

La regina Margot

Dumas, Alexandre, La regina Margot, BUR, Classici moderni, Milano, 2007.
Voto: 5 stelline su 5

La regina Margot è un romanzo storico di Alexandre Dumas padre, il quale pubblica l'opera nel 1844 assieme agli altri due celebri capolavori: I tre moschettieri e Il conte di Montecristo.
La storia che racconta Dumas va al di là del titolo, o meglio, l'autore imputa Margot come il capro espiatorio, la vittima sacrificale degli interessi di stato. Siamo nel 1572-1574 alla corte di Parigi, il regnate è Carlo IX, fratello di Margerita di Valois (Margot), la quale il 18 agosto del 1572 sposa per voleri politici, soprattutto della regina madre Caterina de' Medici, il re di Navarra, colui che succederà al trono di Francia nel 1589 con il nome di Enrico IV, e che sarà il primo re, appunto di Francia, della dinastia dei Borboni.
Ma questo periodo storico, che l'autore descrive con un'incredibile capacità espressiva e raffinatezza di stile, non viene presentato considerando solo il lato umano e psicologico degli uomini e delle donne che hanno fatto la storia del momento, è piuttosto mostrato nei tragici eventi politico-religiosi che hanno segnato il corso di grandi regni, quello francese, spagnolo e inglese. Sono le Guerre Ugonotte. Empie stragi di uomini protestanti che hanno per protagonisti ed esecutori proprio i personaggi di cui abbiamo detto sopra.
Data importante è la Notte di San Bartolomeo, 23-24 agosto 1572, chiamata anche Strage di San Bartolomeo, perché furono uccisi dai cattolici 20.000 Ugonotti in tutta la Francia, di cui 3.000 a Parigi. Due anni prima, nel 1570, venne stipulata la Pace di San Germano grazie alla forza di persuasione dell'Ammiraglio Gaspard de Coligny (capo degli Ugonotti) su Carlo IX, invitato ad una politica antispagnola. Ma il re di Francia, perfidamente consigliato dalla madre, che Dumas in tono spregiativo chiama "la fiorentina", verrà meno al vincolo di pace. La regina madre infatti prenderà a pretesto le nozze di sua figlia Margherita con il re Enrico di Navarra per liquidare Coligny e gli Ugonotti, ed è da questa circostanza che inizia a dispiegarsi il romanzo.

Alcune citazioni:

«[...] una donna non perdona ad un'altra di portarle via un uomo, anche se ella non lo ama»;

«Perciò l'ambizione morse il cuore della giovane donna o meglio della giovane regina, troppo superiore alle debolezze volgari per lasciarsi trascinare da un dispetto di amor proprio: in ogni donna, anche mediocre, quando ama, l'amore non ha miserie del genere, poiché l'amore vero è anch'esso un'ambizione»;

«Tutti gli uomini, anche i più indifferenti ai pregi fisici, in determinate circostanze hanno con il loro specchio tacite conversazioni, segni d'intesa, dopo i quali si allontanano dal loro confidente quasi sempre molto soddisfatti del colloquio»;

«[...] dire insomma i pensieri sinistri che Caterina de' Medici e il duca d'Alençon ruminavano in fondo al loro cuore, sarebbe voler dipingere il rimescolio odioso che si vede brulicare in fondo ad un nido di vipere».