lunedì 13 aprile 2009

Recensioni

Dopo un po' di tempo ritorno con le mie recensioni di alcuni libri. La prima:

Fëdor M. Dostoevskij, L'adolescente, Trad. it. Eva Amendola Kühn, Einaudi (collana Einaudi tascabili. Classici), Torino, 2005, XXXI-694 pp.

Dopo I fratelli Karamazov la mia aspettativa è sempre altissima e Dostoevskij non mi delude mai. Quando l'autore racconta e descrive il carattere a tutto tondo dei suoi personaggi, non solo è sublime per la profondità della conoscenza dell'uomo, ma fa sorridere perché ha la capacità di cogliere in un istante quel tratto distintivo della comicità umana in tutta la sua espressione, anche nella tragedia o nella negatività degli stessi personaggi. Un capitolo, tra l'altro, è dedicato al riso.
Anche qui sono presenti i temi dell'evoluzione (dell'incontro/scontro generazionale), della purificazione (il valore degli ideali che muovono gli uomini e li innalzano) e del "doppio" (le ambiguità, le grandi opposizioni: l'amore universale e quello passionale, il fedele e l'ateo, l'idealista e il "pragmatico", l'ignorante e l'intelligente, la nobiltà e la servitù, ecc.) e poi ritorna sempre il gioco, vera ossessione imancabilmente espressa dall'autore. Ma più di tutto è chiara (forse) in questo romanzo, tramite il protagonista narrante, la funzione del personaggio nel romanzo di Dostoevskij: l'uomo dell'idea.

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Visto che ho citato I fatelli Karamazov, mi sento in dovere di aggiungere anche questo libro:

Fëdor M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, trad. it. Villa A., Einaudi (collana Einaudi tascabili. Biblioteca), Torino, 2005, XLVIII-1033 pp.

Questo è un sublime, intenso e profondo capolavoro. La lettura dell'ultimo grande romanzo di Dostoevskij non è per tutti, ma chi ha la capacità di affrontare i temi, lo stile artistico, la profondità del grande romanziere russo, troverà un'opera di inestimabile valore. Citando George Steiner ritengo che I fratelli Karamazov sia proprio un'opera della quale si può dire che «quando chiudiamo un libro non siamo più quelli che eravamo prima di leggerlo».
Segnalo in modo particolare il capitolo sul "Grande inquistore", le riflessioni e i discorsi di Dmitrij durante l'interrogatorio e il dialogo di Ivan con il diavolo. Magnifico!

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Rimanendo in ambito russo e con lo stesso autore:

Fëdor M. Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo, Trad. it. Guercetti E., Garzanti (collana I grandi libri), Milano, 2008, XXX-125 pp.

Osservo immediatamente che il titolo del breve romanzo viene tradotto da diverse edizioni con Memorie del sottosuolo e non dal come fa Garzanti. Nella letteratura critica il testo è nominato sempre con del. Ma al di là di questa particolarità, che rispetto alla scelta del traduttore - motivata forse da un'interpretazione dall'intento artistico di Dostoevskij (e qui si rimanda ai diversi saggi critici sull'autore, in particolare Bachtin), Memorie del sottosuolo segna l'inizio del manifestarsi di quella coscienza dialogica che sarà presente e si svilupperà ulteriormente in tutti i successivi romanzi di Dostoevskij.
Memorie si suddivide in due parti, la prima è un'intensa riflessione che il protagonista fa di se stesso con se stesso (lo specchio in copertina è una metafora); maggiormente l'uomo ha coscienza e conoscenza di sé e degli altri, in misura maggiore soffre, si sente inadeguato, spezzato tra l'essere e il dover essere. Mentre nella seconda parte tre episodi mettono l'io del protagonista di fronte alla propria inconsistenza e incapacità di affrontare la vita in tutta la sua banalità da una parte e complessità dall'altra.
Se si riesce a gustare un grande romanzo di Dostoevskij con la passione e il trasporto con cui l'autore ti prende per mano e ti conduce a livelli altissimi, Memorie del sottosuolo lo si divora in due ore.

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Per alleggerire la lettura, mi sento di consigliare vivamente questo geniale libro di narrativa contemporanea. Al centro è sempre l'uomo:

Mark Haddon, Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, Trad. it. Novarese P., Einaudi (collana Super ET), Torino, 2005, 247 pp.

È un libro bellissimo, davvero commovente e molto interessante. Scritto dal punto di vista di un ragazzino autistico, le cui sfere emotive, sensoriali e intellettive sono particolarmente "assorbenti". Christopher vede, sente e ragiona al massimo grado: tutto, anche il più piccolo particolare - quello che noi non registriamo, o registriamo solo incosciamente, o di fronte al quale siamo ciechi, e la ciecità è una modalità di funzionamento del cervello per selezionare solo ciò che serve, è percepito. E quando si concentrano nello stesso istante troppe informazioni, troppi suoni, troppi rumori, troppe espressioni ed emotività, per uno come Christoper diviene estremamente difficile elaborare tutto questo materiale e discriminare solo il necessario.
L'ordine, lo sfollamento di informazioni, la logica depurata dall'emotivo, il black-out e il riavvio (come avviene in un computer con un processore "intasato" nel momento in cui convergono diverse e molte operazioni da processare), sono i modi comportamentali di un autistico per poter sopravvivere.

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Un'autrice e pensatrice di grande finezza. Rimaniamo nell'ambito dell'umano con una riflessione sul male:

Hannah Arendt, Alcune questioni di filosofia morale, Trad. it. Tarizzo D., Einaudi (collana Einaudi tascabili. Saggi), Torino, 2006, IX-112 pp.

Dove non c'è il pensiero, la riflessione, e quindi la coscienza di sé, non c'è memoria, e l'io perde qualsiasi legame con se stesso e con il riconoscimento dell'altro in quanto essere umano e poi persona. Il male, e anche quello che non è definibile se non come "banalità del male", perché va oltre qualsiasi concezione in cui l'uomo pensante può racchiuderlo, e che si manifesta nei casi esemplari di un Hitler o un Eichmann, sfocia e si radica là dove si annulla o si bandisce il pensiero.
Una delle tesi fodamentali di Arendt in questo libricino è appunto la funzione del ricordo nel comportamento morale. Tramite un veloce ma intelligente percorso nella storia della filosofia, toccando alcuni filosofi (tra cui Socrate, Platone, Kant e Nietzsche), sono poste alla base del pensiero dell'autrice le distinzioni tra il bene e il male, tra mores ed ethos, e la riflessione sull'io e la coscienza, sulle proposizioni morali, sul classico "tu devi" kantiano, e molto altro ancora.

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Infine:

Alan Bennett, Nudi e crudi, Trad. it. Letizia C. V. e Arborio Mella G., Adelphi (collana Piccola biblioteca Adelphi), Milano, 2001, 95 pp.

Comico e drammatico insieme. Con l'incisiva ironia inglese, Bennett mette a nudo e con crudezza, appunto il titolo, le situazioni paradossali che gli uomini creano a se stessi nella vita: una moglie appiattita che deve rispondere alle esclusive esigenze di un marito che non ha la percezione né dei sentimenti né delle priorità. Ma quando tutto il falso, o inconsistente, sistema di opinioni, di modi di essere e di agire, di concepire e sentire la vita, crolla, nulla ha più significato, neppure l'amato Mozart.

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