mercoledì 9 febbraio 2011
mercoledì 2 febbraio 2011
Sulla menzogna politica
» » ore
22:01
Alexandre Koyré, Sulla menzogna politica, Lindau, Torino, 2010.
on Saturday, 16 October 2010 at 11:48
Attualissima l’analisi di Koyré in questo breve testo scritto nel 1943. Un’antropologia filosofica sulla menzogna nei sistemi totalitari, ma anche nell’uso politico comune e odierno. Perché il dispotismo è manifesto anche in una democrazia, soprattutto quando questa è formata da masse di uomini non pensanti. Koyré sostiene che
Il male, dunque, non sta nel dispotico che dice falsità, in quanto non è responsabile degli effetti nefasti della menzogna, perché alla fine la menzogna è parte dell'uomo parlante e la sua genesi è rintracciabile nell'uomo stesso. Il male è insito, piuttosto, nella funzione che svolge la massa, che a sua volta è altrettanto antidemocratica del cesarismo dominante. Infatti per Heidegger è il «Si» che comanda, che tiene in scacco ogni decisione non conforme e creativa, che neutralizza l'originalità e appiattisce nell'uniformità il pensiero. Il male della menzogna è l'univocità della massa.
on Saturday, 16 October 2010 at 11:48
Attualissima l’analisi di Koyré in questo breve testo scritto nel 1943. Un’antropologia filosofica sulla menzogna nei sistemi totalitari, ma anche nell’uso politico comune e odierno. Perché il dispotismo è manifesto anche in una democrazia, soprattutto quando questa è formata da masse di uomini non pensanti. Koyré sostiene che
«l'antica definizione greca, che determina l'uomo come zoon logicon, si fonda su un equivoco: non vi è relazione necessaria tra logos-ragione e logos-parola, e ancor più non ve n'è tra l'uomo, animale razionale, e l'uomo, animale parlante» (pp. 38-39).Tra l'uno e l'altro la differenza è grandiosa, perché il primo pensa, mentre il secondo crede. «E l'animale credulo è appunto quello che non pensa» (p. 39). La credenza è una specifica qualità della massa, considerata, appunto, come l'altro in rapporto ad un capo o a chi, contrariamente, semplicemente pensa. Koyré scrive:
«quanto agli altri, a quelli che credono, essi mostrano di essere insensibili alla contraddizione, impermeabili al dubbio, incapaci di pensare» (p. 36).Ed è proprio questa incapacità di «pensiero teorico» che è ricercata dai totalitarismi. Poiché, l'uomo, nel regime totalitario, può essere considerato solo azione, in quanto la ragione, che «disprezza l'uomo e in particolare l'uomo totalitario» (n. 34, p. 36), considerata nelle «sue forme più alte, l'intelligenza intuitiva, il pensiero teorico, ciò che i Greci chiamavano nous» (p. 36), è disprezzata dai totalitarismi. La ragione disprezza l'uomo credulo, mentre il capo di un regime ne ha bisogno per perseguire i propri scopi. Ed è per questo che il totalitarismo denigra il pensiero autonomo, scredita l'integrità logica, offende la dignità umana, mentre apprezza l’uso della menzogna. I regimi mentono spudoratamente e in questo mentire – per l'uomo pensante – le contraddizioni sono evidenti.
«Il pensiero, [...] la ragione, il discernimento del vero dal falso, la decisione e il giudizio, è una cosa rarissima e poco diffusa nel mondo. Una cosa riservata all’élite, non alla massa. Quest’ultima è guidata, o meglio, spinta dall’istinto, dalla passione, dai sentimenti e dai risentimenti. Essa non sa pensare, né volere. Non sa che obbedire è credere. Essa crede a tutto ciò che le si dice. Purché glielo si dica con sufficiente insistenza. Purché si lusinghino le sue passioni, i suoi odi, le sue paure» (p. 39).Per usare le parole di Heidegger (strano ma vero), la massa si trova costantemente immersa in quel gorgo del «Si» neutro, in cui il pensiero è il «si pensa», la parola è il «si dice», i comportamenti corretti sono il «si deve fare». Ma emergere dalla deiezione è possibile solo a condizione di ritrovare se stessi, la propria integrità razionale e morale, il proprio fine puro, quello che per Kant è l’umanità, esclusiva peculiarità dell’uomo che lo distingue non solo tra chi pensa e chi crede, ma anche dagli animali. Solo nell’umanità l’uomo ha la possibilità di fare esperienza della libertà (altro concetto ostile al dispotismo). Ma ritornando alle contraddizioni dei regimi,
«gli iniziati, i membri dell'élite – grazie a una sorta di sapere intuitivo e diretto [tra se stessi e il capo] – conoscono il pensiero intimo e profondo del capo, i fini segreti del movimento. In questo modo essi non restano turbati dalle contraddizioni e inconsistenze delle sue asserzioni pubbliche: sanno che esse perseguono lo scopo di confondere le masse, gli avversari, gli altri, e ammirano il capo che usa e pratica così bene la menzogna» (p. 36).I sostenitori di un capo, lo stretto entourage di un dirigente, non è la massa, è una cerchia di uomini pensanti che, però, purtroppo, distorce l’oggettività dei fatti per un proprio esclusivo vantaggio finale e segreto, che, dunque, la massa non potrà mai sospettare e ancor meno comprendere.
Il male, dunque, non sta nel dispotico che dice falsità, in quanto non è responsabile degli effetti nefasti della menzogna, perché alla fine la menzogna è parte dell'uomo parlante e la sua genesi è rintracciabile nell'uomo stesso. Il male è insito, piuttosto, nella funzione che svolge la massa, che a sua volta è altrettanto antidemocratica del cesarismo dominante. Infatti per Heidegger è il «Si» che comanda, che tiene in scacco ogni decisione non conforme e creativa, che neutralizza l'originalità e appiattisce nell'uniformità il pensiero. Il male della menzogna è l'univocità della massa.
martedì 1 febbraio 2011
A spada tratta contro Heidegger
» » ore
16:22
From: [...]
Sent: Saturday, September 18, 2009 1:21 PM
Subject: Heidegger
To: [...]
Cara [...],
adesso che ho finito di studiare Essere e Tempo, le Interpretazioni fenomenologiche di Aristotele, Che cos'è la metafisica? e Che cos'è la filosofia? ti dico quali sono le mie opinioni su Heidegger, rispetto anche a quello che è stato il mio percorso di studi, da cui non posso prescindere, perché da questo io ho trovato il mio atteggiamento filosofico e il mio punto di vista sulla filosofia, che nel tempo forse si trasformerà in altro.
1. Linguaggio. È vero che ho letto Heidegger in italiano, per cui il senso e le sfumature della sua lingua nella traduzione saranno passate solo al 50% e di questa metà io ne avrò percepito il 10% (falsa modestia!), però anche solo questa piccola parte mi pemette di constatare che Heidegger ha coniato una varietà di termini sufficienti per comporre un glossario di una cinquantina di pagine. Io sono dalla parte di quei filosofi che sostengono che la filosofia debba essere fatta con un linguaggio semplice e ridurre i termini tecnici al minimo indispensabile o di utilizzarli solo quando è proprio necessario, perché la filosofia non è erudizione chiusa nelle stanze buie di un sapere concesso a pochi eletti, ma deve essere capita anche dai non specialisti. Sono sempre dalla parte di quei filosofi che sostengono la non necessità di coniare ulteriori termini rispetto a quelli propri del linguaggio "quotidiano" per spiegare un pensiero.
2. Pensiero. Heidegger non spiega il suo pensiero, perché il suo pensiero è appropriazione (trasformata a volte e nemmeno sviluppata) di quello di altri autori, ed è per questo che ha bisogno di nuovi termini, per non fermarsi alla semplice copiatura. La sua giustificazione, nelle Interpretazioni fenomenologiche di Aristotele, è di concepire l'indagine filosofica come interpretazione e se essa è tale ha la necessità di una situazione interpretativa storica. Il nuovo termine, dunque, gli permette l'inserimento storico del suo "pensiero". Ma Heidegger non è un pensatore originale, perché non è un pensatore, è, invece, uno speleologo delle etimologie del pendiero di altri, ma dall'etimologia non emerge un nuovo pensiero, bensì solo il senso. Gli altri sono Aristotele, Agostino e Nietzsche fra tutti, ma anche Bergson, Cassirer, Dilthey, Husserl, Brentano, Hartmann, Hegel e altri ancora. Se si leggono tutti questi autori, Essere e Tempo è un riassunto interpretativo, con pochi cenni di originalità.
3. Argomentazione. Prolisso, ripetitivo nelle argomentazioni (stringi stringi Essere e Tempo si protrebbe ridurre alla metà delle pagine) e spesso non utilizza le stesse espressioni da lui coniate per indicare la stessa cosa. Ma non solo, io ho trovato delle contraddizioni e anche delle assurdità, tipo «qualsiasi ente il cui essere sia difforme dall'Esserci deve essere concepito senza senso, [...] estraneo al senso [...] solo ciò che è senza senso può essere contro-senso» [sic!] (Cfr., § 32, p. 187. Corsivo mio).
a1) Qual è l'ente il cui essere è difforme dall'Esserci? io rispondo l'ente intramondano dell'utilizzabilità il cui senso è proprio l'utilizzabilità, mentre il senso dell'Esserci, in generale, è la Cura.
b1) Quale ente è allora? io rispondo che Heidegger, per quello che ne so io, non lo dice.
c1) E dunque nessun ente è senza senso! Un ente potrà forse essere inidoneo! Ma inidoneo per chi? Per l'Esserci, quindi è l'Esserci che attribuisce un "valore". Ma l'assurdità più incredibile è:
a2) «Solo ciò che è senza senso può essere contro-senso» [????]
b2) Se io dico "sto passeggiando da X a Y", significa che la mia direzione è verso Y, e se tu mi dici "io sto andando nel 'senso contrario'", significa che tu vai verso X. Tu ed io abbiamo sensi contrari di camminata. Ora, se io fossi davanti al computer e non a passeggiare, nessuno può dire che io ho un senso contrario al tuo, o tu al mio. Se qualcosa manca di senso, come fa ad avere la possibilità di essere contrario?
b3) dunque, che cazzo significa che l'ente che non ha senso può essere contro senso?
b4) la chiave è quel "può"? se sì, allora se un ente può avere un senso, avrà anche la possibilità di essere sensato e non solo un contro-senso! o no?
b5) Ma che cos'è il senso per Heidegger? Il senso è ciò che emerge dall'apertura comprendente dell'Esserci. Dunque, è l'Esserci che dà un senso alle cose, utilizzando la terminologia di Nietzsche, secondo il proprio punto di vista, ma sempre in quanto essere-nel-mondo, cooriginario, coinvolto, attivo, partecipe al mondo, perché l'Esserci è il mondo stesso. Ciò significa che l'ente che è difforme all'essere dell'Esserci non possiede propriamente un senso, perché il senso non è un modo di essere di quell'ente, ma il senso gli viene "dato" dall'Esserci nel suo modo di essere dell'apertura, di prendersi cura, dell'avere-a-che-fare, ecc.
b6) Un ente che può essere difforme all'Esserci è quell'ente che è semplice-presenza. Ma Heidegger dice che non esiste la sola semplice-presenza come modo di essere, perché anche l'utilizzabile inidoneo avrà la sua appagatività in qualche altra circostanza, sarà utlizzabile in un altro modo.
b7) Pertanto,
4. Analisi esistenziale. L'analisi esistenziale non è la garanzia del significato ontologico delle cose, è esclusivamente la garanzia di un'interpretazione antropocentrica che, per il senso che Heidegger dà all'ontologia, essa da questo punto di vista (interpretazione antropocentrica) non può fornire una significatività originaria (prima e fondandante) dell'ontologia stessa.
Dunque, nulla di nuovo sotto l'orizzonte ontologico, nulla di nuovo nemmeno sotto quello ontico!
Mi detesterai, ma pazienza! ;))
un abbraccio,
[...]
Sent: Saturday, September 18, 2009 1:21 PM
Subject: Heidegger
To: [...]
Cara [...],
adesso che ho finito di studiare Essere e Tempo, le Interpretazioni fenomenologiche di Aristotele, Che cos'è la metafisica? e Che cos'è la filosofia? ti dico quali sono le mie opinioni su Heidegger, rispetto anche a quello che è stato il mio percorso di studi, da cui non posso prescindere, perché da questo io ho trovato il mio atteggiamento filosofico e il mio punto di vista sulla filosofia, che nel tempo forse si trasformerà in altro.
1. Linguaggio. È vero che ho letto Heidegger in italiano, per cui il senso e le sfumature della sua lingua nella traduzione saranno passate solo al 50% e di questa metà io ne avrò percepito il 10% (falsa modestia!), però anche solo questa piccola parte mi pemette di constatare che Heidegger ha coniato una varietà di termini sufficienti per comporre un glossario di una cinquantina di pagine. Io sono dalla parte di quei filosofi che sostengono che la filosofia debba essere fatta con un linguaggio semplice e ridurre i termini tecnici al minimo indispensabile o di utilizzarli solo quando è proprio necessario, perché la filosofia non è erudizione chiusa nelle stanze buie di un sapere concesso a pochi eletti, ma deve essere capita anche dai non specialisti. Sono sempre dalla parte di quei filosofi che sostengono la non necessità di coniare ulteriori termini rispetto a quelli propri del linguaggio "quotidiano" per spiegare un pensiero.
2. Pensiero. Heidegger non spiega il suo pensiero, perché il suo pensiero è appropriazione (trasformata a volte e nemmeno sviluppata) di quello di altri autori, ed è per questo che ha bisogno di nuovi termini, per non fermarsi alla semplice copiatura. La sua giustificazione, nelle Interpretazioni fenomenologiche di Aristotele, è di concepire l'indagine filosofica come interpretazione e se essa è tale ha la necessità di una situazione interpretativa storica. Il nuovo termine, dunque, gli permette l'inserimento storico del suo "pensiero". Ma Heidegger non è un pensatore originale, perché non è un pensatore, è, invece, uno speleologo delle etimologie del pendiero di altri, ma dall'etimologia non emerge un nuovo pensiero, bensì solo il senso. Gli altri sono Aristotele, Agostino e Nietzsche fra tutti, ma anche Bergson, Cassirer, Dilthey, Husserl, Brentano, Hartmann, Hegel e altri ancora. Se si leggono tutti questi autori, Essere e Tempo è un riassunto interpretativo, con pochi cenni di originalità.
3. Argomentazione. Prolisso, ripetitivo nelle argomentazioni (stringi stringi Essere e Tempo si protrebbe ridurre alla metà delle pagine) e spesso non utilizza le stesse espressioni da lui coniate per indicare la stessa cosa. Ma non solo, io ho trovato delle contraddizioni e anche delle assurdità, tipo «qualsiasi ente il cui essere sia difforme dall'Esserci deve essere concepito senza senso, [...] estraneo al senso [...] solo ciò che è senza senso può essere contro-senso» [sic!] (Cfr., § 32, p. 187. Corsivo mio).
a1) Qual è l'ente il cui essere è difforme dall'Esserci? io rispondo l'ente intramondano dell'utilizzabilità il cui senso è proprio l'utilizzabilità, mentre il senso dell'Esserci, in generale, è la Cura.
b1) Quale ente è allora? io rispondo che Heidegger, per quello che ne so io, non lo dice.
c1) E dunque nessun ente è senza senso! Un ente potrà forse essere inidoneo! Ma inidoneo per chi? Per l'Esserci, quindi è l'Esserci che attribuisce un "valore". Ma l'assurdità più incredibile è:
a2) «Solo ciò che è senza senso può essere contro-senso» [????]
b2) Se io dico "sto passeggiando da X a Y", significa che la mia direzione è verso Y, e se tu mi dici "io sto andando nel 'senso contrario'", significa che tu vai verso X. Tu ed io abbiamo sensi contrari di camminata. Ora, se io fossi davanti al computer e non a passeggiare, nessuno può dire che io ho un senso contrario al tuo, o tu al mio. Se qualcosa manca di senso, come fa ad avere la possibilità di essere contrario?
b3) dunque, che cazzo significa che l'ente che non ha senso può essere contro senso?
b4) la chiave è quel "può"? se sì, allora se un ente può avere un senso, avrà anche la possibilità di essere sensato e non solo un contro-senso! o no?
b5) Ma che cos'è il senso per Heidegger? Il senso è ciò che emerge dall'apertura comprendente dell'Esserci. Dunque, è l'Esserci che dà un senso alle cose, utilizzando la terminologia di Nietzsche, secondo il proprio punto di vista, ma sempre in quanto essere-nel-mondo, cooriginario, coinvolto, attivo, partecipe al mondo, perché l'Esserci è il mondo stesso. Ciò significa che l'ente che è difforme all'essere dell'Esserci non possiede propriamente un senso, perché il senso non è un modo di essere di quell'ente, ma il senso gli viene "dato" dall'Esserci nel suo modo di essere dell'apertura, di prendersi cura, dell'avere-a-che-fare, ecc.
b6) Un ente che può essere difforme all'Esserci è quell'ente che è semplice-presenza. Ma Heidegger dice che non esiste la sola semplice-presenza come modo di essere, perché anche l'utilizzabile inidoneo avrà la sua appagatività in qualche altra circostanza, sarà utlizzabile in un altro modo.
b7) Pertanto,
«qualsiasi ente il cui essere sia difforme dall'Esserci deve essere concepito 'senza senso', [...] estraneo al senso [...] solo ciò che è senza senso può essere contro-senso»,per me non significa niente! anzi, non è proprio un pensiero. O addirittura se è un pensiero è un pensiero in contraddizione con tutto quello che Heidegger dice prima di questo punto.
4. Analisi esistenziale. L'analisi esistenziale non è la garanzia del significato ontologico delle cose, è esclusivamente la garanzia di un'interpretazione antropocentrica che, per il senso che Heidegger dà all'ontologia, essa da questo punto di vista (interpretazione antropocentrica) non può fornire una significatività originaria (prima e fondandante) dell'ontologia stessa.
Dunque, nulla di nuovo sotto l'orizzonte ontologico, nulla di nuovo nemmeno sotto quello ontico!
Mi detesterai, ma pazienza! ;))
un abbraccio,
[...]
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