domenica 13 novembre 2011

Constatazioni

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«Barnard a Berlusconi

Su Libreidee

«Presidente Berlusconi, per il bene dell’Italia non si dimetta». Firmato: Paolo Barnard. Autore di un drammatico appello al premier ormai uscente: l’Italia in queste ore è vittima di un «colpo di Stato finanziario di proporzioni storiche», per usare una definizione dell’economista americano Michael Hudson. «Le famiglie italiane e il Suo governo non devono pagare per colpe non loro», scrive Barnard a Berlusconi: «Lei deve dire alla nazione ciò che sta veramente accadendo, e chi ci ha condotti a questo dramma». E’ un piano franco-tedesco, dice Barnard, pensato fin dal lontano 1943 con un unico obiettivo: colpire l’Europa del Sud a beneficio di quella del Nord [...]

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domenica 6 novembre 2011

sabato 5 novembre 2011

Alice nel paese delle meraviglie

Recensione, Mar 12, 2010 Published on Anobii.

Nei due libri:

1. Possibilità e necessità; rovescio o speculare
In Alice nel Paese delle Meraviglie la stanza delle porte in cui Alice si trova dopo essere caduta nel buco è una stanza delle neccessità. E la necessità è data da una sola porticina che per Alice è l'accesso diretto al giardino delle meraviglie. Ma l'impossibilità di passare da quella porta (Alice sbaglia la sequenza delle azioni) è nella logica delle cose nel mondo del rovescio, e le avventure successive si trasformano in nuove possibilità allo scopo di raggiungere un'identità e casualmente quel meraviglioso giardino.
In Attraverso lo specchio la scacchiera invece è la possibilità di mille avventure nella logica del senso (ad ogni mossa si riconfigura il gioco: le azioni di ogni elemento sulla scacchiera influenzano quelle di un altro suo opposto). Ma nella logica inversa, speculare, del nonsenso, il gioco degli scacchi diviene una necessità: il movimento di Alice sulla scacchiera è rettilineo, Alice è un pedone e parte da d2 per raggiungere d8 e diventare regina senza mai essere minacciata da altri pezzi, se non una sola volta dal cavaliere rosso. Anche la regina bianca ha per ben due volte la possibilità di fare scacco al re rosso, ma non lo fa. E' evidente che il gioco degli scacchi è in questo libro la specularità di una già reale specularità, dove nessuno mangia e nessuno fa scacco, perché è una necessità allo scopo finale di Alice.

2. Gli eventi
In Alice nel Paese delle Meraviglie le avventure sono eventi casuali e non hanno una continuità "lineare" tra loro: la nuova situazione in cui la protagonista si trova non nasce da quella precedente. Proprio come accade nel sogno, non c'è un inizio né una fine, tutto rimane sospeso tra un'avventura e l'altra, e Alice capiterà casualmente nel giardino delle mervaviglie.
Mentre in Attraverso lo specchio le avventure hanno una loro continuità rappresentata dall'avanzamento nella scacchiera, e (Alice si ritroverà ad essere consapevole di questo avanzamento quando dice di non voler essere prigioniera di nessuno ma di voler diventare regina) ogni riquadro rappresenta una nuova e continua esperienza verso lo scopo finale.
In ogni caso, Alice conosce nuove e altre esperienze che non appartengono alle strutture logiche e categoriali definite e rinchiuse nell'unica realtà che la protagonista conosce prima di avventurarsi nel sogno: i fiori e gli animali parlano; il gioco del croquet non segue le regole proprie del gioco o comunque sembra non averne; per raggiungere la regina rossa è necessario prendere la direzione opposta; o la torta che prima si distribuisce e poi si taglia... etc.

3. Le guide
Nel primo libro sono due i personaggi che accompagnano Alice nelle sue avventure. Il Bruco e il Gatto hanno, infatti, per la protagonista una funzione guida nella comprensione delle cose appartenenti al mondo di sotto e, se anche non sono una presenza costante, appaiono in momenti chiave del racconto: il primo è il simbolo della metamorfosi, rappresenta la possibilità della comprensione del cambiamento e del cambiamento stesso. "Chi sei?" é la domanda frequente che il Bruco pone ad Alice; l'altro, il Gatto, rappresenta la comprensione di ciò che siamo e di ciò che in una realtà rovesciata potremmo essere, non solo in quanto non-identità o altre-identità, ma piuttosto come soggetti in cui la "normalità" è capovolta, come appunto si conviene al mondo di sotto. Se "esiste" un sorriso senza un gatto, qual è il limite tra il dritto e il rovescio, o meglio tra la normalità e la follia? E che cos'è normale e che cosa folle? Se nella logica del senso la normalità corrisponde a fornire un attributo ad un soggetto, nella logica del nonsenso, in cui cambia la direzione, un attributo sta in piedi senza un soggetto che lo regga. O "per dirla viceversa": perché è impossibile un attributo senza un soggetto?
In Attraverso lo specchio la funzione guida è data dal cavaliere bianco che "spiana" la strada ad Alice: un solo balzo in avanti e sarà regina!

Entrambi i libri pongono il problema dell'identità: il rovescio, la specularità e il sogno rendono possibile l'impossibile, e se l'impossibile diviene una reale possibilità, la domanda si pone: "sono Alice o Mabel?". Accanto al dubbio amletico, la memoria delle propria conoscenza nel primo libro dovrà essere la garanzia che Alice é Alice, ma la memoria traballa; mentre il "cogito ergo sum", espresso da "se piango sono" nel secondo, non rasserena la protagonista perché le lacrime potrebbero essere il sogno di qualcun altro, (del re rosso che dorme invece di mangiare il pedone-Alice).
Anche i concetti di tempo e di spazio sono funzionali a questa crisi di identità. Nel mondo di sotto e nel mondo dello specchio, spazio e tempo hanno altri andamenti e direzioni o fissità come l'orologio del cappellaio magico fermo all'ora del tè.
I giochi di parole e i nonsensi e la distinzione tra significante e significato contribuiscono ad instillare i dubbi d'identità, attraverso degli scambi interpretativi di ciò che è detto, ed il vero diviene non-vero e viceversa.
Il Vitello-Similtartaruga è proprio il simbolo della crisi essere-non essere o vero-non vero, e per Alice questo incontro dovrebbe essere un insegnamento contro gli angosciosi dubbi d'identità: è un vitello o una tartaruga? Né l'uno né l'altro ma un po' tutt'e due. E la confusione genera tristezza, ma la tristezza è una fantasia nel mondo dove tutto è possibile.

Chissà se i sogni sono di Alice o di Carroll? Chissà che non sia un tentativo di eludere la verità di Alice? Tre stelline a causa del dubbio, alimentato anche da parti del testo che possono essere interpretate psicologicamente come la tirannia e la violenza dell'autore sulla piccola Alice. Mentre, cinque stelline per il genio di Carroll, ma si sa che la genialità emerge solo dall'interpretazione di qualcun altro, perciò le stelle rimangono tre!

venerdì 4 novembre 2011

È tutta questione di metodo

L’apertura della terza lezione di Carr (Sei lezioni sulla storia) specifica il problema persistente che assilla gli uomini nella valutazione della storia quando non si accorgono che molte questioni non trovano soluzione poiché l’incognita è soltanto apparente. Nel caso specifico, essa è di ordine terminologico e classificatorio. Basterebbe rigirare il bandolo della matassa per ritrovare almeno un punto risolutore: il metodo procedurale è la risposta. L’autore scrive:
«Quand’ero molto giovane, rimasi debitamente colpito nell’apprendere che, nonostante le apparenze, la balena non è un pesce. Oggi, questi problemi di classificazione mi colpiscono di meno, cosicché non mi preoccupo troppo quando mi assicurano che la storia non è una scienza. In tutte le altre lingue europee la parola corrispondente a science si applica senza discussioni anche alla storia. Ma nella cultura anglosassone questo problema ha una lunga storia, i cui punti salienti costituiscono un’utile introduzione ai problemi del metodo storiografico» (p. 62).
Dalla fine del Settecento il progresso scientifico compì passi da gigante, e la cultura positivista ottocentesca, poi, guardò alla scienza con un misto di stupore e di aspettativa: la fede fu indirizzata alle capacità che la scienza dimostrava di possedere per spiegare gli enigmi della natura. Cosicché la storia e in generale i saperi sociali iniziarono ad essere annoverati tra le scienze, poiché – appropriandosi di quel metodo scientifico – sarebbero stati in grado, parallelamente alle scienze naturali, di spiegare gli enigmi dell’uomo (la storia le azioni; la psicologia la mente; la sociologia la società, l’economia il mercato, ecc.). Comte è l’esempio della promozione di questo indirizzo operato sulle scienze sociali, ma il suo progetto si sgretolò nelle sue stesse mani. Nel 1859 si compì poi quella che potremmo definire la “terza rivoluzione copernicana”: Darwin pubblica L’origine delle specie e involontariamente dette adito alla pretesa della cultura positivista di spiegare ogni fenomeno, scientifico o sociale che fosse, in termini di evoluzione. Non solo, ma
«Darwin […] introduceva nella scienza la dimensione storica. […] [E] l’idea di evoluzione nella scienza confermava e integrava l’idea di progresso nella storia» (p. 63).
Non si compì però, sostiene Carr, una riformulazione del metodo storico, l’idea di base rimaneva integra:
«prima si raccolgono i fatti e poi si interpretano» (p. 63).
Bury nel 1903 «definì la storia “una scienza, né più né meno”» (p. 60) e ancora il metodo era sempre lo stesso; poi tra il 1930 e il 1940 «a Collingwood […] premeva […] stabilire una separazione netta tra il mondo della natura, oggetto della ricerca scientifica, e il mondo della storia» (p. 60).
Ma finché gli storici se ne stavano lì a discutere (e con loro anche i filosofi), la scienza avanzava nelle scoperte e nella formulazione del suo metodo e del suo oggetto di ricerca. Una novità importante in questo senso, sulla quale Carr pone l’attenzione, fu che la scienza finalmente iniziò a parlare (grazie alle scoperte delle meccanica quantistica) di indeterminazione delle leggi che regolano i fenomeni naturali. Da questo momento la scienza moderna non parla più di fatti, come faceva invece la fisica classica, ma di eventi. Il fatto è statico, determinato, compiuto in se stesso; l’evento è aperto. L’idea sottostante è che nulla può essere formulato in modo definitivo, e che dunque ogni teoria o ipotesi è vincolata a ulteriori ritocchi o cambiamenti, a prove e soprattutto a conferme oppure a smentite: la scienza rivede costantemente se stessa. Ed è da questo punto di vista che con Popper non si parlerà più di verificare le ipotesi poste, bensì di falsificarle.
Eppure, mentre la scienza avanzava, le scienze sociali accoglievano da questa solo la superficie delle sue teorie. Il concetto di legge diventa il denominatore comune a tutte le discipline sociali, storia compresa. Si iniziò, dunque, a formulare le leggi del commercio (Burke), del mercato (Gresham, Adam Smith, Marx), quelle della popolazione (Malthus), ecc. E Burckle nella sua History of Civilization
«espresse la convinzione che il corso delle vicende umane era “intimamente caratterizzato da uno splendido principio di universale, assoluta regolarità”» (p. 64).
Ma la formulazione di tutte queste leggi non considerava che la nozione presa a prestito dalla nuova scienza non indicava qualcosa di monolitico, di risolutivo una volta per tutte, e tanto meno di assoluto. La storiografia storica, dunque, si trovò a questo punto di fronte a un’impasse a causa (1) della mancata rielaborazione della propria metodologia e (2) della credenza nella forza delle leggi storiche. Rispetto a quest’ultimo punto, la domanda affiorava da sola: perché se il corso della storia è regolato da leggi, spesso la storia ha “direzioni inaspettate”? La conclusione immediata fu che, se la storia non trova conferma nelle ipotesi poste, come fa invece la scienza, allora la storia non è una scienza, e non rimane che abbandonare le leggi. Ma, aggiunge Carr, come evidenzia l’economista tedesco Werner Sombart, improvvisamente gli storici furono
«colti da un senso di sgomento. Allorché – egli scrisse – perdiamo le comode formule che fino ad allora ci avevano guidato attraverso le complessità della vita… ci sentiamo come se stessimo annegando [di nuovo] nell’oceano dei fatti, finché non troviamo un appiglio o impariamo a nuotare» (p. 66).
Si può imparare a nuotare. E su questo punto l’autore riformula la domanda: che cosa fa lo storico? E risponde:
«lo storico, che ha abbandonato la ricerca di leggi fondamentali, […] si limita a costruire come le cose si svolgono» (p. 66).
E, allora, qual è il modo per ricostruire i fatti? Carr argomenta che gli storici fanno quello che fanno gli scienziati: enunciano delle ipotesi, le quali aprono la strada a ulteriori ricerche. La metodologia scientifica come quella storica, che è essenzialmente «reciproca» poiché il processo è una continua «interazione tra principî e fatti, tra teoria e pratica», verifica le ipotesi o i principî «facendo ricorso ai dati empirici», dopodiché sceglie, analizza e interpreta i dati empirici in base ai principî assunti. Ma non è tutto, per Carr è evidente che
«ogni operazione conoscitiva implica l’accettazione di determinati presupposti basati sull’esperienza, che rendono possibile la ricerca scientifica ma che possono essere modificati alla luce della ricerca stessa. Tali ipotesi possono valere in determinati contesti o per determinati scopi, anche se la loro validità cessa in altri contesti o per altri scopi. In ogni caso il criterio di validità è empirico» (p. 65).
Nella situazione prospettata da Sombart, dove lo storico non ha più alcun punto di riferimento, soprattutto quello metodologico, per l’autore,
«rientrano le discussioni sulla periodizzazione storiografiche. La suddivisione della storia in periodi non è un fatto, ma un’ipotesi necessaria, uno strumento conoscitivo, valido nella misura in cui aiuta la ricerca, e la cui validità dipende dall’interpretazione adottata» (p. 67).

CARR, Edward Hallett, (2000), Sei lezioni sulla storia, (a cura di R. W. Davies; trad. it. Carlo Ginzburg e Piero Arlorio), Einaudi, Torino, pp. 62-68, [ed. or., What is History?, Macmillian & Co. Ltd, London, 1961].